Calcio Tarantino

Mitri cuore biancazzurro: «Martina fa parte di me»

L’ex fantasista molisano, attualmente allenatore del Maglie: «Ho lasciato un pezzo di me dovunque ho giocato, ma in Valle d’Itria più che in altre piazze». Sul coronavirus: «Penso ai giocatori delle serie minori, i più colpiti dallo stop»

01.05.2020 17:10

intervista di Gisberto Muraglia

Ha fatto emozionare i tifosi di ogni squadra che hanno avuto il piacere e l’onore di servirsi del suo talento cristallino. E pur senza sminuire nessuno, Orazio Mitri in cima a queste ci mette il Martina. In Valle d’Itria il folletto molisano, in tandem con un altro eterno beniamino biancazzurro, tale Gioacchino Prisciandaro, ha vinto tre campionati. Sì, ci tiene a specificare che sono tre: dalla D alla C2, dalla C2 alla C1 e poi quello dalla C1 alla prima storica serie B che il Martina avrebbe avuto pieno titolo di disputare se non avesse fatto irruzione la Florentia Viola - nata dalle ceneri del fallimento della Fiorentina di Cecchi Gori - nella stagione 2003-2004, quando ci andò al posto del Martina per presunti “meriti sportivi”. Storie ormai datate ma non per queste dimenticate da Orazio Mitri. Adesso l’ex martinese è passato dall’altra parte della barricata, da febbraio è l’allenatore del Maglie (Promozione), ruolo che però è durato solo tre settimane fino a quando il coronavirus ha bussato alle porte dell’Italia, annullando la vita quotidiana e imponendo un prevedibile stop di massa allo sport. Mitri e la sua famiglia vivono la quarantena senza particolari scossoni, tra un esercizio e una serie TV. L’occasione è utile e gradita per contattarlo e farci due chiacchiere, passando dall’inevitabile e splendido passato biancazzurro all’attuale situazione del calcio dilettantistico e professionistico. E com’è giusto che sia, i pensieri del “Maradona della Valle d’Itria” non possono che andare per la maggior parte ai suoi ex colleghi delle categorie inferiori che molto più dei ricchi colleghi dei professionisti accusano pesantemente lo stop dei campionati per motivi facilmente immaginabili. Il tutto condito dal bellissimo ricordo del glorioso passato con l’A.C.Martina e da un rimpianto personale, sempre legato alla cittadina del Festival. Perché, senza nascondersi dietro un dito, se dici Orazio Mitri, dici anche Martina Franca.

Orazio, ancora tutti fermi. Come procede la tua quarantena e quali sono le attività/hobby che ti permettono di affrontarla più serenamente?

La mia quarantena procede in maniera tranquilla, a casa con la famiglia. Cerchiamo di ammazzare il tempo facendo qualche esercizio e guardando la TV, niente di particolare. In linea con la quarantena di molte altre famiglie, suppongo.

A febbraio hai iniziato ad allenare il Maglie e poi è arrivato lo stop forzato per tutti. Da ex calciatore e ora da addetto ai lavori, come vedi una ripresa alle attività dopo un lungo periodo di fermo? Nello specifico, riprendere un campionato in circostanze particolari e tempi diversi, può sfalsare un po’ mentalmente la concentrazione di un giocatore?

Sì, ho iniziato questa nuova esperienza a Maglie, squadra attualmente militante in Promozione e dopo tre settimane per colpa di questa situazione che nessuno si sarebbe mai immaginato ci siamo fermati. Per quanto riguarda i campionati sinceramente mi sembra improbabile che si possa riprendere, al di là della serie A. Sfalsato non direi, perché sono in molti sulla stessa barca, anche a livello di preparazione. Quando e se si riprenderà sicuramente ci sarà un po’ di tempo per acquisire una forma fisica adeguata, anche se per certo riprendere dopo qualche mese non è la stessa cosa. Non sarà facile soprattutto per quelle società abituate a giocare con grande frequenza.

Vedendo i cosiddetti “piani alti”, le società di serie A avrebbero trovato l’intesa unanime per ripartire, ma il Governo ha frenato i facili entusiasmi. Tu da calciatore come ti saresti schierato? Ripartenza o stop definitivo e arrivederci a settembre?

Io sarei dalla parte di chi vuole riprendere, ma dico questo guardando soprattutto chi gioca a livello dilettantistico. Ci sono moltissimi giocatori che già guadagnano poco e devono mantenere famiglie, non percepire nulla per diversi mesi può essere veramente un dramma. Molti vivono di solo calcio, questo stop fa male soprattutto a loro.

In base al piano di ripartenza del Governo, si parla di rivedere gli stadi pieni a marzo del prossimo anno. Quanto perde il calcio senza il suo pubblico e se e quanto può influire su un calciatore una regolare assenza di tifosi?

Solo al pensiero di stadi pieni a marzo 2021 mi viene la pelle d’oca. Davvero a volte non so cosa dire, viviamo in una situazione che sembra un film d’horror. Vedere gli stadi vuoti è un colpo al cuore. Il calcio è della gente. Ma anche per i calciatori stessi, non sentire il calore del pubblico non è affatto bello. Io stesso quando scendevo in campo lo facevo per divertire ed entusiasmare la gente che veniva a vedermi. Andare in campo e giocare senza nessuno è veramente uno spettacolo deprimente.

Un doveroso salto nel passato. Abbiamo di recente intervistato Gioacchino Prisciandaro, adesso è il tuo turno. Da Martina le attestazioni di stima ed affetto nei vostri confronti sono eterne. Correndo il concreto rischio di farti una domanda retorica, quanto ti è rimasta nel cuore la cittadina della Valle d’Itria?

La città di Martina fa parte di me. Nelle poche piazze che ho girato mi sono sempre trovato bene: quattro anni a Tricase, sei a Martina, a Campobasso altri quattro anni. In queste città ho lasciato parte di me, a Martina però più di tutte. Abbiamo vinto tre campionato, perché oltre alle vittorie in D e in C2, considero anche quello dalla C1 alla B che ci hanno scippato. Mi avrebbe fatto piacere rimanere anche dopo aver smesso di giocare, ma purtroppo si sono verificate delle circostanze che non hanno reso possibile ciò. Peccato, perché Martina per me avrà sempre un peso specifico importante nel mio cuore.

Da ex calciatore, qual è la sensazione più ricorrente che si prova ad essere dall’altra parte della barricata, ovvero in panchina? E cosa cerchi di trasmettere ai tuoi ragazzi.

Stando dall’altra parte non è la stessa cosa. Ci sono molte cose in più a cui pensare. Quando giocavo, finivi di allenarti e andavi a casa, mentre un allenatore deve pensare a tante cose, specialmente nelle categorie inferiori. Però ti dico la verità, non guardo molto a questo, perché quando fai una cosa che ti piace ci metti sempre il massimo impegno. Ho dato tutto come calciatore e sono pronto a fare altrettanto come allenatore.

 

 

 

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